Un cancello di ferro a forma di labirinto chiuso da una catena e un lucchetto con la scritta CLOSED, posizionato davanti a un impianto fotovoltaico a terra nelle CER in un paesaggio rurale italiano. Sul cancello compare la frase sul blocco normativo.

1 Grande Ostacolo per il Fotovoltaico a terra nelle CER: una deroga che sembra fatta per non funzionare

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1 Grande Ostacolo per il Fotovoltaico a terra nelle CER: una deroga che sembra fatta per non funzionare

Il Decreto Agricoltura blocca il fotovoltaico a terra nelle CER? Scopri perché l’interpretazione della deroga rischia di fermare la transizione energetica.

Il panorama delle Comunità Energetiche Rinnovabili in Italia vive costantemente in un limbo tra grandi promesse green e brusche frenate burocratiche. L’ultimo capitolo di questa saga riguarda le forti limitazioni introdotte per il fotovoltaico a terra nelle CER, un tema che tocca da vicino il delicato rapporto tra la tutela del suolo agricolo e la necessità di installare nuovi impianti di produzione diffusa.

Nel contesto normativo attuale c’è una notizia buona e una cattiva. La notizia buona è che il legislatore ha finalmente riconosciuto che, in determinati contesti, installare un impianto sui terreni può essere compatibile con la transizione energetica. La notizia cattiva? Le condizioni per sviluppare il fotovoltaico a terra nelle CER sono così stringenti e interpretate in modo talmente restrittivo da trasformare questa deroga in un’opportunità puramente teorica per i territori.

Un vicolo cieco normativo che rischia di bloccare sul nascere decine di progetti proprio nel momento di massima spinta verso la decarbonizzazione.

Il Decreto Agricoltura e i limiti per il fotovoltaico a terra nelle CER

Il punto di partenza di questa complessa vicenda è il cosiddetto Decreto Agricoltura, ovvero il DL 63/2024 convertito nella Legge 101/2024, i cui testi ufficiali sono consultabili sulla Gazzetta Ufficiale. Il provvedimento è nato con un obiettivo chiaro: porre un freno al consumo di suolo, vietando in linea generale i pannelli sui terreni produttivi per salvaguardare le nostre eccellenze agroalimentari.

Tuttavia, per non soffocare i target di transizione energetica e i progetti legati al PNRR, il legislatore ha previsto una specifica deroga. L’installazione su suolo agricolo è ammessa se l’impianto è finalizzato alla:

  • Costituzione di una nuova Comunità Energetica Rinnovabile (CER);

  • Realizzazione di progetti legati ai bandi PNRR;

  • Attuazione di investimenti complementari.

Fin qui, la norma sembrerebbe persino ragionevole e bilanciata. Il vero problema, come spesso accade nella burocrazia italiana, non sta nella legge in sé, ma nella sua interpretazione ministeriale e, nello specifico, attorno a una singola parola: “costituzione”.

Il paradosso della “costituzione”: l’asimmetria che blocca lo sviluppo

  1. Secondo i pareri ministeriali emersi tra gli addetti ai lavori, l’apertura normativa verso il fotovoltaico a terra nelle CER si applica esclusivamente a chi intende fondare da zero una nuova comunità energetica. Cosa significa questo nella pratica? Significa che lo sblocco dei terreni agricoli non è valido per chi vuole semplicemente aderire a una realtà collettiva già esistente.

    Per usufruire della deroga e installare il fotovoltaico a terra nelle CER, l’impianto deve essere intestato fin dal primo giorno al soggetto giuridico che fonda la comunità, oppure deve essere blindato da un accordo vincolante che ne destini tutta l’energia sin dall’inizio.

    Niente accordi informali, niente adesioni o ampliamenti in un secondo momento. In sostanza, il promotore del progetto deve fare tutto giusto, subito, fin dalla prima mossa scacchistica.

    Questo approccio rigido crea un’asimmetria assurda per il fotovoltaico a terra nelle CER:

    1. Esclusione dei ritardatari: Chi arriva tardi o desidera unire le proprie forze a un progetto collettivo già avviato viene tagliato fuori.

    2. I tempi della burocrazia: In un Paese in cui le comunità sono in piena fase di sviluppo, “arrivare tardi” può significare anche solo accumular

La mazzata fiscale del 2026 sul fotovoltaico a terra

Come se non bastassero i vincoli autorizzativi, lo scenario per il fotovoltaico a terra nelle CER si complica ulteriormente sul fronte economico. A partire da questo 2026, si aggiunge infatti un altro pesante ostacolo di natura fiscale che influisce sulla pianificazione a lungo termine.

I sistemi tradizionali posizionati su terreni agricoli perderanno il diritto di accesso alla tassazione forfettaria al 25%. Questa agevolazione rimarrà accessibile soltanto in due casi specifici:

  • Impianti in modalità agrivoltaico (che integrano l’attività agricola alla produzione di energia);

  • Installazioni posizionate su strutture o manufatti esistenti.

Questo disincentivo fiscale rappresenta una pressione enorme che riduce drasticamente i margini di sostenibilità economica per chi vuole investire nel fotovoltaico a terra nelle CER di stampo tradizionale.

Dove si può costruire davvero? Le aree idonee restano marginali

Al di fuori del suolo agricolo puro, le eccezioni per il fotovoltaico a terra restano relegate a contesti estremamente ristretti e specifici. La legge consente l’installazione in aree cosiddette “compromesse” o di recupero, quali:

  • Cave e miniere abbandonate;

  • Discariche ed ex siti industriali da bonificare;

  • Aree adiacenti a infrastrutture di trasporto (entro fasce di rispetto da autostrade, ferrovie e aeroporti);

  • Zone classificate come industriali o commerciali, entro un raggio massimo di 500 metri.

Sebbene il recupero di queste aree sia sacrosanto, si tratta di contesti geografici molto specifici. Non rappresentano affatto la norma o la realtà quotidiana di chi vuole promuovere e costituire una CER in un territorio rurale o nei piccoli comuni, dove l’unica risorsa spaziale disponibile è spesso proprio il terreno agricolo non coltivato o marginale.

Una transizione partecipata o un labirinto burocratico?

Come Presidente di E-CER, davanti a questo scenario non posso fare a meno di pormi una domanda fondamentale: stiamo davvero costruendo le condizioni per una transizione energetica partecipata e dal basso, o stiamo solo moltiplicando le complicazioni per chi ci prova sul serio?

Le Comunità Energetiche Rinnovabili non sono solo una sigla o un trend del momento. Sono uno strumento sociale ed economico potente, capace di azzerare la povertà energetica e distribuire i benefici economici della produzione rinnovabile direttamente tra i cittadini, le piccole imprese e gli enti locali.

Ma per esprimere questo potenziale, le CER hanno un disperato bisogno di regole chiare, stabili e soprattutto applicabili. Non abbiamo bisogno di finestre normative che sembrano aperte sulla carta ma che, all’atto pratico, si rivelano sbarrate da interpretazioni ministeriali paralizzanti. Se la deroga per il fotovoltaico a terra deve essere un’opportunità reale, è urgente un correttivo che permetta alle CER di crescere, espandersi e accogliere nuovi impianti anche dopo la loro iniziale costituzione.

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